
Scritto il 04/06/2012 alle 08:01 nella Criminalità | Permalink | Commenti (2)
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Scritto il 04/06/2012 alle 00:07 nella Off Topics | Permalink | Commenti (8)
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L'assessore al Bilancio Fantoni lascia: «Divergenze insanabili con Renzi» - Dura lettera: «Firenze non è strumento per ambizioni personali». Il sindaco: «Contrasti, ma conti sani. Io sovraesposto? Per risolvere i problemi della città» (di Claudio Bozza - Corriere Fiorentino)
Terremoto politico nella giunta di Palazzo Vecchio. L'assessore al bilancio Claudio Fantoni ha rassegnato le proprie dimissioni con una lettera durissima inviata al sindaco Matteo Renzi. Pochi giri di parole, per evidenziare «divergenze insanabili» con il primo cittadino.
«Nel motivare questa mia decisione irrevocabile non sono ricorso al richiamo delle rituali ragioni personali. Le mie dimissioni sono dovute esclusivamente a motivi di carattere politico amministrativo, e intervengono in assenza di qualsiasi paracadute».
L'assessore dimissionario tornerà dunque al suo vecchio lavoro al Maggio Musicale Fiorentino, dove probabilmente nei prossimi mesi percepirà la cassa integrazione. Pesanti le accuse rivolte a Renzi, a cui vengono contestate «divergenze in ordine alle azioni da mettere in atto in merito alla gestione economica e finanziaria del Comune, quindi alla sicurezza dei conti». E poi: «Ho sempre creduto che chi svolge un ruolo politico e amministrativo lo debba fare in una logica di servizio alla cosa pubblica».
Per poi arrivare all'affondo: «Ho sempre pensato che chi è chiamato a governare Firenze sia a servizio della città e non che la città, Firenze, sia a servizio e uno strumento utile al perseguimento di ambizioni personali».
La risposta di Renzi: «Le dimissioni di Fantoni meritano il rispetto e la stima di chi in questi anni ne ha apprezzato l'impegno e la dedizione. Ho espresso a Claudio il disaccordo di metodo e di merito sulle sue valutazioni, ma questo non mi impedisce di fargli un grande in bocca al lupo per il suo futuro. I conti del comune di Firenze sono in ordine e nessuno allarmismo è giustificato dalle cifre. Certo - prosegue il sindaco - esiste una divergenza sulle conseguenze di una possibile violazione del patto di stabilità. Ho detto e ripeto che sono disponibile a pagare anche in termini personali, con la riduzione della mia indennità, pur di assicurare alle aziende il giusto riconoscimento per ciò che hanno fatto. E certo non interrompiamo i lavori in corso in omaggio ad un principio ragionieristico e contabile che cozza con la realtà e la congiuntura del Paese. Ma i cittadini di Firenze hanno la fortuna di vivere in una città dove il bilancio è sano e le tasse si abbassano e non si alzano come è avvenuto sulla addizionale Irpef per mia scelta» [...]
Dunque, adesso lo sappiamo: se Renzino andava a cena ad Arcore, era ogni 5 minuti in TV, inaugurava fontanelli a tutta birra (anzi, a tutta acqua), e metteva - nientemeno - il wi-fi gratuito lungo la linea tranviaria 7 (per un massimo di un'ora al giorno, una goduria) lo faceva per la città, non per se stesso in proiezione nazionale. Non ci ha fatto l'elenco di quali vantaggi abbiano portato a Firenze le sue comparsate multiple, ma abbiamo una certa idea - da addetti ai lavori - di quanti vantaggi abbiano portato a Renzino, in chiave di propaganda nazionale.
Ovviamente anche la lotta quotidiana che conduce a Bersani, invocando "le primarie, le primarie!", ma senza dire quali, quando e perchè, è funzionale al bene di Firenze.
...ah Renzì... ma vedi d'annattene affanculo... Tafanus
Scritto il 03/06/2012 alle 16:00 nella Politica, Renzi | Permalink | Commenti (0)
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Cliccate sull'immagine per leggere l'articolo completo del sito WTA. Ai quarti Sara incontrerà la tedesca Angelique Kerber, che ha avuto una buona stagione, ma non paragonabile a quella della Errani. Sulla terra rossa, nel 2012 la Kerber ha vinto 13 incontri e ne ha persi 4: Sara Errani ha vinto 22 incontri, e ne ha persi 2. Comunque vadano le cose, entrerà nelle top 20.
Oggi, contro la ex numero 2 delle classifiche mondiali, ha giocato una partita impeccabile. Un primo set addirittura umiliante, vinto in mezz'ora, con un implacabile 6/0.
Nel secondo Sara si è rilassata per qualche minuto (e la Kuznetsona si è ricordata di essere la Kuznetsova) e Sara si è fatta strappare il servizio, andando sotto 3/5. Poi ha ricominciato a giocare come sa, e in pochi minuti è arrivato il 7/5, e l'accesso ai quarti. Si può anche sognare...
A questo punto Sara - che nella classifica "race" limitata all'anno in corso, e che definisce le otto migliori al mondo che parteciperanno al master di fine anno - Sara, che era già nona prima del Roland Garros, potrebbe salire al 7° posto, scavalcando Marion Bartoli, e la ex numero 1 Caroline Wozniacki.
P.S.: Sara Errani, in coppia con Robertina Vinci, è nei quarti anche nel doppio, e le due sono già in testa alla classifica "race" con un grande margine di sicurezza, che dovrebbe quasi certamente portarle a disputare il master di doppio, riservato alle 4 migliori coppie del mondo. Potrebbero addirittura guadagnare la certezza natematica della classifica già dopo Parigi.
Scritto il 03/06/2012 alle 12:00 nella Sport, Tafanus, Tennis | Permalink | Commenti (0)
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Predicare bene e razzolare male. Lo stipendio più alto, in Italia, se l'è assegnato Cappellacci (Sardegna). Ma è giustificato... in fondo il figlio del commercialista sardo di Berlusconi non può essere secondo a nessuno...
Ma indovinate chi segue a ruota? Guardate la tabella sottostante, presa dal sito stopcensura.com:
Scritto il 03/06/2012 alle 08:00 nella Off Topics | Permalink | Commenti (17)
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IL PARTITO DEI CARINI - Una rete sul territorio. Mille facce nuove. Montezemolo inaugura il grillismo chic. E si prepara alla sfida elettorale. Pensando a una donna candidato premier. E tenendo per sé il ruolo di regista
(di Marco Damilano - l'Espresso)
Si riunirono per la prima volta, tra gli stucchi e gli arazzi di palazzo Colonna, il 7 ottobre 2009, la data cruciale della legislatura: quel giorno la Consulta bocciò il lodo Alfano e il governo Berlusconi cominciò la lunga corsa verso l'autodissoluzione. Muniti di braccialetto rosso con la scritta "Italia Futura" si aggiravano sotto l'affresco della battaglia di Lepanto i Malagò, i D'Urso, gli Abete, i Vanzina più altri 800 invitati. E qualcuno si lasciò scappare una perfida battuta: "È il momento giusto per fare shopping ai Parioli. Le strade saranno deserte, sono tutti qui" (...insomma, l'ennesimo "partito popolare", attento ai bisogni dei ceti meno abbienti... NdR)
A distanza di tre anni il think tank di Luca Cordero di Montezemolo non è più (solo) il circolo degli amici dei quartieri alti divisi tra il Natale a Cortina e l'estate a Sabaudia. Il Partito dei Carini, crudelmente sbeffeggiato da Maurizio Crozza, ha fatto proseliti. "Ci sono mille nomi. Selezionati in questi mesi con colloqui, incontri, individuati con un criterio: avere qualcosa a che fare con il cambiamento. Mille potenziali candidati pronti a rinunciare alle loro attività, a cambiare la loro vita e a entrare in politica quando sarà il momento", si esaltano nel quartier generale del presidente della Ferrari, in un tranquillo e borghese appartamento della Roma sabauda, a due passi dal Cupolone. Per ora sono top secret e sembra uno schema già sentito, la berlusconiana discesa in campo (...io quest'anno ho cambiato solo il PC e l'olio alla macchina... può bastare, per essere accolti mel"partito del cambiamento? NdR)
Ma gli uomini di mister Ferrari anticipano l'obiezione: "Non abbiamo Publitalia alle spalle. Non siamo il partito dei padroni: tra di noi la percentuale di imprenditori è inferiore ad altre categorie. E soprattutto non c'è l'uomo solo al comando. Montezemolo non è Berlusconi: il suo pregio è saper fare squadra" (...certo, non hanno Pubblitalia, alle spalle... solo la Fiat e mezza Confindustria. Per il resto, sono uguali uguali a noi. SAnche loro - salvo eccezioni - hanno due gambe e due braccia - NdR)
E allora vanno visti da vicino questi Mille pronti all'impresa, ora che le elezioni si avvicinano e che la macchina messa su da Montezemolo si prepara finalmente ad accendere i motori dopo un'attesa sfiancante di anni. A partire dal cambio di strategia delle ultime settimane, reso obbligatorio dal crollo del Pdl ma anche della Lega al Nord e dall'irresistibile avanzata nei sondaggi del Movimento 5 Stelle.
Beppe Grillo, chi l'avrebbe mai detto? I consiglieri di Montezemolo studiano le sue mosse, le tecniche di comunicazione e di reclutamento, non nascondono l'ammirazione e perfino la vicinanza su alcuni temi (...azz... i venerabili maestri partono dal comico bollito... Chi l'avrebbe mai detto? NdR)
Per esempio, il fascino per gli strumenti di democrazia diretta come i referendum confermativi quando si tratta di riforme istituzionali, leggi elettorali o leggi che riguardano la politica come il finanziamento pubblico, o la possibilità di revocare il mandato al parlamentare assenteista e voltagabbana, l'anglosassone istituto del recall. "Noi siamo liberali in economia, ma nelle istituzioni siamo estremisti democratici", spiega Carlo Calenda, un passato a fianco di Montezemolo come direttore dell'area Affari internazionali di Confindustria e come manager della Ferrari, oggi direttore generale di Interporto campano, presieduto da Gianni Punzo, uno dei più vicini all'ex presidente della Fiat. "Non abbiamo mai accusato Grillo di anti-politica. In una società aperta chi si candida ha ragione. E ha buoni motivi per farlo anche chi si astiene: alle regionali del 2010 siamo stati i primi a dichiarare che di fronte allo scadente cine-panettone della politica italiana i cittadini avevano il diritto di non andare a votare" (...peccato che Grillo non si sia candidato. Vero, Calenda? NdR)
Prima lezione di Grillo: fare rete. Con un ben dosato mix di territorio, gruppi locali motivati a organizzarsi per gli appuntamenti elettorali, a fare raccolta fondi, e di campagne on line (...oddio NO!... un altro partito "dot.org"!)
L'uomo incaricato di mettere su i circoli di Italia Futura è il quarantacinquenne Federico Vecchioni, già presidente di Confagricoltura, con una rete capillare di iscritti in tutta Italia. È lui a raccogliere le adesioni. Sono 3 mila i gruppi modello meet up (sic!) e 50 mila gli aderenti. A coordinarli c'è un direttivo nazionale, con un altro manager ex Confindustria e ex Ferrari, Simone Perillo, e Giacomo D'Arrigo, rappresentante degli amministratori under 35 dell'Anci.
Seconda lezione: largo alle facce nuove. Il Pdl berlusconiano vorrebbe mascherarsi da lista civica, il Pd è tentato dall'idea di affiancare al tradizionale simbolo di partito un rassemblement con esponenti della società civile. In Italia Futura si cercano i potenziali Pizzarotti, gli sconosciuti da pescare nelle realtà locali. "Portare nell'agone politico persone che ora non ci sono", traducono i montezemoliani.
Personaggi come Diego Della Valle, attivo nel backstage ma ben attento a non farsi vedere sul palcoscenico. E guai a parlare di federazioni, alleanze, destra e sinistra, tutto antiquariato da mettere alle spalle. Tra i montezemoliani con pedigree politico abbondano i delusi della rivoluzione liberale berlusconiana e i nostalgici del Pd veltroniano, vagheggiato al Lingotto e subito abortito. "I riformisti", li chiama lo storico Andrea Romano, primo direttore di Italia Futura, un passato a sinistra nella fondazione Italianieuropei di Massimo D'Alema. Come Calenda che ai Ds era iscritto nella sezione Mazzini, la stessa di Baffino.
Terza e ultima lezione imparata dal boom di Grillo: dopo il disastro berlusconiano gli elettori non ne vogliono più sapere dell'uomo della Provvidenza. È più facile far vincere una squadra di nomi interamente nuovi che portare a votare per l'ennesimo Salvatore della Patria. E dunque, sarebbe questa la novità più clamorosa, non è affatto scontato che sia Montezemolo il candidato premier di Italia Futura. Anzi: l'ex presidente della Fiat sa bene di non poter predicare l'innovazione del sistema politico e poi proporsi come guida del governo a 65 anni compiuti e con un curriculum sterminato. Meglio fare il testimonial, come Grillo con i suoi ragazzi. E sponsorizzare una figura che dimostri la carica di novità necessaria per vincere, magari una giovane donna. Come Irene Tinagli, 38 anni, docente all'Università Carlos III di Madrid, economista esperta di sviluppo, innovazione e creatività, già testata di fronte al pubblico televisivo con le sue apparizioni a "Ballarò" e a "Servizio Pubblico" (...qualcuno potrebbe spiegarmi come si diventa "esperti di creatività"? Sono imbarazzato, perchè pensavo che la creatività fosse un dono di natura, non una materia d'insegnamento...Dove posso specializzarmi in "creatività"? NdR)
Un grillismo chic, ben pettinato e molto educato. D'altra parte il Montezemolo anti-Casta del 2007, l'ultimo intervento da presidente a un'assemblea di Confindustria, fece arrabbiare i partiti ben più del Grillo del Vaffa-day, che arrivò qualche mese dopo. "Ma la nostra è una lista costruttiva e inclusiva al posto di un populismo distruttivo", distinguono in Italia Futura. Aperta a intellettuali, imprenditori ma anche ai politici di professione. I ministri del governo Monti? Tutti amici, per carità, compreso quel Corrado Passera che abbandonò il gruppo dei fondatori di Italia Futura dopo un richiamo di Giulio Tremonti, Montezemolo non l'ha dimenticato. Ma anche i tecnici appartengono già al passato. "C'è l'occasione di costruire una forza riformista che in Italia non è mai esistita, sempre travolta dai populismi di destra e di sinistra", si proietta verso il 2013 Romano. "Abbiamo l'occasione di portare al governo le eccellenze del Paese". I Mille di Luca hanno poco tempo per aspettare. Tra poco si parte. Parioli addio
...oddio...non vorrei che MontePrezzemolo usasse il termine "eccellenze" con lo stesso significato dato al termine da Roberto Formigoni in relazione alla sanità lombarda...
Tutto OK, Luca Cordero di Savoia Montezemolo Viendalmare. Ma siamo sicuri che un partito che prende a modello il "Mo' Vi Mento" di un comico bollito, qualche cascame di Confindustria e dell'UdEur di Mastella, e qualche altisonante tri-cognome, sia ciò che il Mondo si aspetta? Comunque, non creda che sia così facile. Tutte le volte che si è aggiunto un cazzaro al desco dei populisti (più o meno colti), il buffet è rimasto quello che era, e le porzioni sono diventate via via più piccole.
Poi, con calma, ci illustri il suo programma. Qualche altisonante aggettivo in meno, magari, e qualche tabella in più coi numeretti. Tafanus
Scritto il 02/06/2012 alle 19:28 nella Politica, Satira, Società e costume | Permalink | Commenti (0)
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...a volte ritornano...
Chi crede di avere coraggio sufficiente per leggere il resto della scemata, clicchi sulla pelata del nano.
Ma ora cho glielo spiega, al Grande Coglione, che la sua non è un'idea pazza, ma solo una grande scemata? Nella Pazzia, a volte, c'è della genialità, della creatività... In questa minchiata c'è solo scemenza.
Scritto il 02/06/2012 alle 00:05 nella Off Topics | Permalink | Commenti (18)
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Scritto il 01/06/2012 alle 13:30 nella Sport, Tennis | Permalink | Commenti (12)
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Scritto il 01/06/2012 alle 00:13 nella Off Topics | Permalink | Commenti (3)
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Frequentemente mi trovo a disquisire con dei superflui grillini, che con aria di sfida mi chiedono se io abbia mai letto il programma del "Mo' Vi Mento a 5 Stelle". Me lo chiedono con l'aria di chi si interroga sulla mia salute mentale. Insomma, io non amo Grillo perchè non conosco il suo fantastico programma.
Ah... se solo lo conoscessi, sembrano dirmi... Inutile, assolutamente inutile spiegare a questi piccoli cazzari in 16° che il "programma" (chiamiamolo così per comodità semantica) non solo l'ho letto (4,5 pagine word si leggono in 10 minuti), ma proprio per rendere un servigio ai grillini, e facilitarli nel compito di conoscere il LORO magnifico programma, l'ho caricato sul blog. Per comodità, al fine di permettere persino ai grillini di leggere il loro programma, fornisco i link relativi (sia in pdf che in word):
Programma 5 Stelle in formato PDF
Programma 5 Stelle in formato Word
Si tratta di 15,5 pagine pdf, tutte titoloni, frontespizi, indici e marchietti. Facendone una spremuta su un normale file word (interlinea normale, carattere Arial 10 punti), il "programma" di riduce a 4,5 paginette di titoletti.
Ma l'apice dell'idiozia si tocca quando spiego che il capitolo "Economia", che dovrebbe coprire un'area esiziale per l'Italia in questo momento, occupa in tutto e per tutto ben 26 mezze righe titoletto incluso, per un totale di ben 253 parole.
Magnifico! Il PROGRAMMA ECONOMIA del "Mo' Vi Mento a 5 Stelle" contenuto in 26 paragrafi, per ben 28 righe. Ogni paragrafo è quindi costituito da ben 1,08 righe. Tutto il programma è contenuto in 253 parole (meno di un quarto di una normale pagina word)!
Scusate, ma davvero dovrei perdere tempo ad illustrare questa minchiata? Chi è interessato, lo faccia per conto suo. Poi, per piacere, ci pensi nel silenzio della sua cameretta. Non pretenda di discuterne non me. Il poco tempo che ho, cerco di dedicarlo a cose serie!
Ma sapete qual'è la cosa meravigliosa? Che se TUTTO il fantastico programma grillesco lo metto su word arial 10, e poi conto le parole, trovo un risultato inferiorre a 2600 parole per TUTTO il documento. Cioè, compattandolo in word senza soluzione di continuità, starebbe, bello comodo, in 2,30 pagine! Insomma, come direbbe il concittadino di Grillo, Fantozzi, una "cagata pazzesca"!
A questo punto, anzichè farsi prendere dalla curiosità di verificare, si fanno prendere dal raptus dell'insulto (che è l'unico settore in cui riescono ad eccellere in senso quantitativo... in senso qualitativo si potrebbe fare di meglio persino in questo settore). Un consiglio: un bel master in insulti creativi da fare preferibilmente nei quartieri popolari di Roma, di Napoli o di Firenze. Anche nel settore "insulti", avreste molto da imparare. Tafanus.
P.S.: Adesso aspetto a pié fermo il primo idiota che mi chiede "ma perchè tanto astio per Grillo? Il Primo arrivato, vince un cazzaro di pelouche in scala 1:1
Scritto il 31/05/2012 alle 22:31 nella Grillo | Permalink | Commenti (63)
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...Orlando Portento, però, a quei tempi era il vero boss di piazza Martinez e Giuse Grillo - non ancora Beppe - viveva alla sua ombra. Adesso che i due si odiano - Portento lo chiama "l'oracolo di Sant'Ilario" oppure il "vate" (quando non il "water")...
Tutto incominciò con una testata al Peppermint, per questioni di donne. Giuse - perché allora, coda degli Anni 60, Beppe si chiamava ancora Giuse - era alto, massiccio, con la battuta sempre pronta: uno che piaceva. Nella discoteca prese a ronzare attorno ad una mora da urlo, che però era la donna del Luciano. Lo sapevano tutti, che Luciano entrava e usciva da Marassi. "Un giovane poco raccomandabile", si diceva allora. Giuse non lo conosceva e si prese una testata nei denti, da svenire. Infatti svenne e lo portarono al San Martino - sarà per risparmiare, ma a Genova tutto (carceri, ospedale) è chiamato con il nome del quartiere - e gli riattaccarono i due incisivi. Dritti: perché il maggior difetto di Giuse erano proprio i denti. Quel giorno morì Giuse (con i denti storti) e nacque Beppe (con i denti dritti).
Giuseppe Grillo, al bar Cucciolo di piazza Martinez, nel popolare quartiere di San Fruttuoso, era per tutti il Giuse. Veramente, a 12 anni, quando lo portarono a fare un provino per una squadra di seconda categoria che aveva sulla maglia la scritta "Shell", lo chiamavano il Porcellino: per via del peso, anche se aveva un tocco di palla interessante. Lo scartarono, ma presero invece Orlando Portento: per un decennio abbondante, suo mentore. Uomo dalle mille vite, Portento: due settimane fa, era uno dei tredici candidati sindaco di Genova (è arrivato quart'ultimo, con uno 0,5 per cento dei voti)[...]
Orlando Portento, però, a quei tempi era il vero boss di piazza Martinez e Giuse Grillo - non ancora Beppe - viveva alla sua ombra. Adesso che i due si odiano - Portento lo chiama "l'oracolo di Sant'Ilario" oppure il "vate" (quando non il "water") - vengono fuori, di allora, solo gli episodi più brutti: quelli dai particolari irriferibili. Come l'aneddoto secondo il quale Grillo avrebbe nascosto, sotto il letto dove portava le giovani amiche, un mangianastri per registrare gli amplessi. E si aggiunge anche che il giorno in cui la prima "signora Grillo" avrebbe ascoltato le registrazioni, non sarebbe stato il migliore nella vita del futuro comico...
Attorno al Cucciolo di piazza Martinez, in quell'inizio degli Anni 60, ci girano in tanti: Roby Carletta e Orlando Portento da grandi faranno i cabarettisti, Donato Bilancia il serial killer (ma allora non doveva ancora far paura se, come soprannome, gli misero quello di belinetta) [...]
Bilancia, della famiglia Grillo, era anche vicino di ballatoio, in via Filippo Casoni 5. "Uno che insultava quelli che incontrava al tavolo da gioco in modo quasi religioso, come una litania" ricorda Grasso, che poi accompagnerà Grillo nei primi anni di militanza cabarettistica.
Quando Beppe era ancora Giuse, invece, aveva problemi seri con la scuola. Dopo le stentate medie, lo iscrivono al Vivaldi, istituto privato per ragionieri, frequentato solo da rampolli di famiglie benestanti: la retta mensile è alquanto tosta. Il ragazzo passa più tempo al bar che sui libri, ma ottiene il diploma e si iscrive a Economia e Commercio. Il papà Enrico è il proprietario di una fabbrica di fiamme ossidriche, la Cannelli Grillo: Beppe prova a lavorarci qualche mese, ma il diploma di ragioneria non basta per far proprio il mestiere e il fratello maggiore Andreino - che poi diventerà amministratore dei beni dell'attore - consiglia alla famiglia di lasciar perdere (...quando si dice la meritocrazia... NdR)
[...] Beppe Grillo, fallita l'esperienza di ragioniere, si butta nel vestiario: piazzista di jeans per la Panfin. "Non è che vendesse molto", ricorda Piero Dello Strologo, allora suo datore di lavoro, poi inventore del circolo culturale Primo Levi "ma faceva morire tutti dal ridere". Piaceva soprattutto alla donne: nella sua autobiografia Moana Pozzi lo cita tra i propri amanti.
Intanto Grillo ha cominciato a fare le serate: al Mix in Glass di piazza Leopardi - cuore della Genova bene - e poi all'Instabile di via Trebisonda, alla Foce, creato da un gallerista, Pierluigi De Lucchi. "Lo vidi lì, la prima volta, e gli chiesi se avrebbe fatto qualche spettacolo per noi del Partito Liberale" rievoca l'avvocato Gustavo Gamalero. "Gli davo 15 mila lire a serata, mi aveva giurato che in famiglia qualcuno votava Malagodi, ma francamente non era molto schierato. Però faceva ridere".
Diversa la versione del mentore Portento: "Era frivolo, cinico, gli interessavano solo i soldi. Non ha mai capito un tubo di politica, recitava per chi pagava". Episodio confermato - e finito su tutti i libri che parlano di Grillo - il 27 dicembre 1977: l'Instabile è pieno di gente trepidante, ma l'attore telefona che ha mal di pancia. De Lucchi, incavolatissimo, rimborsa fino all'ultimo biglietto salvo scoprire, il giorno dopo, che Grillo aveva recitato tutta la sera al P4 di Avegno, nell'entroterra: pagavano di più. Del resto, a confermare una tirchieria leggendaria, c'era quella tuta che si metteva tutti i giorni (il periodo è il Sessantotto): rigorosamente senza tasche. Nemmeno per le sigarette (le poche che comprava erano HB, pacchetto da dieci), che "scroccava a tutta piazza Martinez".
ArpagoneE che Grillo abbia un rapporto pessimo con il denaro lo conferma anche la sua seconda moglie, Parvin Tadjk, che, nella villona di Sant'Ilario, vive con i due figli del suo primo matrimonio (era stata la compagna del calciatore Gaetano Scarnecchia) e con i due avuti da Beppe (i primi due dell'attore, invece, abitano a Rimini con la madre, Silvia Toni). Intervistata da Maurizio Crozza, Parvin ha ammesso che "Beppe controlla ogni singolo scontrino della spesa, una cosa davvero estenuante". Quando i due si sposarono, fu polemica (il testimone fu Fabrizio De André e il celebrante dovette garantire personalmente in Arcivescovado che le origini iraniane di Parvin non le impedivano di sposarsi in chiesa). Al banchetto, 21 dicembre 1996, Beppe commenterà: "Belin, è stata la serata in cui ho guadagnato di meno in tutta la mia vita...". E, qualche anno dopo, sui figli, aggiungerà: "L'altro giorno mia figlia piccola mi dice: voglio fare un provino a Saranno Famosi. Le ho risposto: piccola, ma perché non ti droghi, come tutti?".
Era stata polemica furibonda anche anni prima quando, l'8 dicembre 1981, Grillo finì, alla guida del suo Chevrolet, in un ruscelletto ghiacciato, al Bec Rouge, sulle Alpi francesi: lui e il suo manager, Alberto Mambretti, riuscirono a buttarsi dalla vettura mentre, raccontano le cronache, "i coniugi Renzo e Rosanna Giberti e il loro figlio, Francesco, otto anni, finirono nell'abisso". Lui fu condannato a 1 anno e 3 mesi, con la condizionale, pena confermata in Cassazione, l'8 aprile 1988. Con un particolare: a difenderlo fu l'onorevole Alfredo Biondi (Pli), che venne poi inserito da Grillo nella lista dei deputati non più eleggibili, perché "macchiatisi di reati gravissimi". "Strano" commenterà Biondi, "il mio reato era un errore nella dichiarazione dei redditi, subito depenalizzato. Al contrario, la condanna di Beppe, per le tre vittime, è definitiva". Per le regole di Grillo, Biondi potrebbe andare in Parlamento, Grillo no. Ma tutto questo, Giuse, quello con gli incisivi storti, non poteva saperlo.
(di Raffaele Niri - Venerdì di Repubblica)
"...il ne vous dira jamais je vous donne le bonjour, mais je vous prête le bonjour ..."
(da "L'Avaro" di Molière)
Scritto il 31/05/2012 alle 16:59 nella Grillo, Impresentabili, Politica, Tafanus | Permalink | Commenti (60)
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Scritto il 31/05/2012 alle 08:00 nella Off Topics | Permalink | Commenti (10)
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Genova 31 maggio 2012. – Quando scrissi il mio romanzo «Habemus papam. La leggenda del Papa che abolì il Vaticano» che esce in questi giorni nelle librerie, non potevo immaginare la concomitanza con quanto sta succedendo in quel lupanare che si chiama Vaticano, ma conoscendo alcuni restroscena, ho tenuto in conto il contesto di delinquenza semplice e organizzata che lo circonda e lo alimenta.
Il Vaticano è sempre stato un covo di vipere e di faccendieri senza scrupoli, uomini (le donne lì sono pleonastiche o funzionali solo in senso sessuale, per il resto non esistono) malati di carrierismo e mondanità, che per riuscire nel loro intento sono disposti a vendersi anche gratis. Da quando c’è Bertone a capo della Segreteria di Stato, il livello della nefandezza si è abbassato fino a sprofondare negli inferi, perché l’uomo è un senza Dio, pieno di sé e tronfio nella sua vuotezza.
Sono certo che a lui pensasse Sant’Antonio da Padova quando tuonava, nel sec. XII, con parole di fuoco, contro la curia e i curiali corrotti che pretendono di rappresentare Dio, mentre invece rappresentano solo abiezione, delinquenza, misfatti, orrori, immoralità e prostituzione:
«Nelle curie dei vescovi i birboni fanno risuonare la legge di Giustiniano [leggi: Diritto Canonico, ndr] e non quella di Cristo: fanno grandi chiacchiere, ma non secondo la tua legge, o Signore, che ormai è abbandonata e presa in odio”. “Se un vescovo o un prelato della Chiesa fa qualcosa contro una decretale di Alessandro, o di Innocenzo, o di qualche altro papa, viene subito accusato, l’accusato viene convocato, il convocato viene convinto del suo crimine, e dopo essere stato convinto viene deposto. Se invece commette qualcosa di grave contro il vangelo di Gesù Cristo, che è tenuto ad osservare sopra tutte le cose, non c’è nessuno che lo accusi, nessuno che lo riprenda».
Il pomposo abbigliamento religioso con il quale gli ecclesiastici incedono «tronfi e impettiti, a pancia in fuori», per sottolineare la sacralità della propria persona e distinguersi dai comuni mortali, non impressiona il santo, che anzi così li ridicolizza:
«Che cosa dirò degli effeminati prelati del nostro tempo, che si agghindano come donne destinate alle nozze, si rivestono di pelli varie, e le cui intemperanze si consumano in lettighe variopinte, in bardature e sproni di cavalli, che rosseggiano del sangue di Cristo?».
Antonio è spietato nella sua denuncia. Non trova alcuna attenuante o virtù nei prelati: vescovi e preti non sono pastori, ma lupi rapaci che «predicano per denaro», mentre i chierici, «molli, effeminati e corrotti, si presentano per denaro nei tribunali e nelle curie, come le prostitute». Per Antonio prelati e chierici sono i «predoni del nostro tempo», che eccellono solo nella loro insaziabile ingordigia:
«Non c’è in essi alcuna forma di virtù, non c’è onestà di costumi, ma solo marciume di peccati; fa eccezione la formazione delle unghie, con le quali arraffano i beni dei poveri… questi indegni prelati della Chiesa non hanno alcuna energia nella mente, non essendo capaci di resistere alle tentazioni del diavolo: ma tutta la forza l’hanno nelle braccia e nei fianchi, forza di rapina e di lussuria».
Mentre Cristo «da ricco che era si è fatto povero» [2Cor 8,9], i suoi immaginari rappresentanti si arricchiscono impoverendo il popolo:
«Il prelato della Chiesa è un leone che rugge con la sua superbia, un orso affamato con le sue rapine, che spoglia il misero popolo». «Ecco a chi viene affidata oggi la sposa di Cristo, il quale fu avvolto in panni e adagiato in una mangiatoia, mentre essi si rivestono di pelli e si abbandonano alla lussuria in letti di avorio».
Quando lessi la lista degli ultimi cardinali, fatti da Benedetto XVI, un senso di frustrazione mi colpì al cuore perché mi resi subito conto che lo sfacelo aveva superato il livello di guardia e non si poteva più tornare indietro, ma si poteva solo andare verso l’abisso, come i fatti di oggi stanno dimostrando. Il 24 ottobre 2010, su la Repubblica (edizione ligure, p. XIX) scrissi:
«La nomina del genovese Mauro Piacenza a prefetto della congregazione vaticana del clero, nominato cardinale fresco di giornata, è un brutto segno, espressione di un pontificato disperato. Come prete dovrei dipendere dal nuovo prefetto, ma non ne ho alcuna intenzione e dichiaro pubblicamente che in quanto prete non riconosco a Mauro Piacenza alcuna autorità su di me, né morale, né dottrinale; e sono pronto a renderne ragione in qualsiasi sede competente… Con Piacenza fa carriera anche il suo pupillo Marco Simeon, già indagato a Perugia per lo scandalo di Propaganda Fide. Dell’uno e dell’altro, purtroppo, sentiremo parlare ancora e presto».
Il Cazzaro Contrito col Cardinal Bertone
Conosco Piacenza, conosco Bertone e le loro carriere. Mauro Piacenza ha impiegato 25 anni di leccaggine e di asservimento a uno o più padroni e di padrone in padrone, finalmente è arrivato al club esclusivo che può eleggere il papa. Egli è il padrino di Marco Simeon, la cui figura è semplicemente orripilante. Egli andò via da Genova nel 1987, pochi giorni dopo l’arrivo del card. Giovanni Canestri che egli giudicava «di sinistra» (risate e applausi convinti!!!!). Si trasferì a Roma, e qui cominciò il lento pellegrinaggio di tessitura silenziosa e proficua: un giorno ti vendi a questo, un giorno fai il servo a quello, fai vedere che sei affidabile, offri i tuoi servigi senza riserva, metti da parte la coscienza, proteggi gli uomini giusti come Marco Simeon, stai a cuccia sulla soglia delle porte giuste, se necessario in quell’ambiente non si disdice neanche il letto profumato d’incenso, e alla fine ti ritrovi cardinale senza nemmeno accorgerti come ci sei arrivato.
Come possono costoro condannare gli omosessuali se poi li custodiscono e li usano nel segreto delle mura vaticane che esonda di travestiti? Almeno stessero zitti! Se, però, condannano, devono guardarsi prima allo specchio, e solo dopo avere tolto la trave dal loro occhio, solo dopo, potrebbero pretendere, chiedendo permesso, di togliere la pagliuzza nell’occhio degli altri. Come possono presumere di dettare legge in campo sessuale, se poi sono loro stessi gli utilizzatori concomitanti e finali della pederastia, della devianza e di ogni perversione? La via sessuale è una via maestra per fare carriera, e dentro il Vaticano vi è il mercato delle vacche, con buona pace per la dignità della persona.
Una Chiesa sana e discepola di Cristo non avrebbe nemmeno preso in considerazione un individuo scellerato come Piacenza, così come avrebbe mandato alla Caienna il Tarcisio Bertone, uomo che non doveva nemmeno diventare prete perché è solo l’incarnazione della vacuità e del potere fine a se stesso. I cardinali Tarcisio Bertone e Mauro Piacenza, con i loro affiliati e scherani, vere bande di malaffare, sono una sciagura per la Chiesa, sia da un punto di vista teologico che umano. La colpa esclusiva ricade sul papa che li ha scelti o se li è lasciarti imporre da una cricca che vuole condizionare anche lo Spirito Santo.
Oggi il cardinale Mauro Piacenza è l’uomo più retrivo che io conosca, più fondamentalista dei lefebvriani, nemico acerrimo del Vaticano II, che egli ha subito come un altraggio alla Chiesa e a cui non si è mai rassegnato. Quest’uomo, insieme a Bertone, è al centro dello scandalo che colpisce il Vaticano. Sua creatura e discepolo è il neo patriarca di Venezia: la tela del ragno clericale nefasto avanza, ma si frantumerà davanti alla Chiesa del popolo di Dio e del Vaticnao II che non cederà. Questa Chiesa, quella delle manovre e della corruzione, può stare allegra: con questa gente non andrà lontana, ma toccherà il fondo della sentina come stiamo vedendo in questi giorni.
Si dice che il papa non governi. Per forza! Gli uomini di cui si è circondato li ha scelti lui e non un altro. Ha voluto contro la Chiesa del Vaticano II togliere la socmunica ai lefebvriani e fargli ponti d’oro? Ha voluto minimizzare le orrende immoralità dei Legionari di Cristo? Ha voluto tacere omertosamente la piaga purulenta della pedofilia? Ora non pianga e non si triste, perché è lui il vero colpevole di questo disfacimento ecclesiale. E’ lui che ha lasciato spazio alle bande, colpendo chi difendeva il Concilio e innalzando e onorando chi lo denigrava e ostacolava.
Ha voluto circondarsi di uomini sicuri, di servi attenti e premurosi, e questi fanno sul serio: si cercano lo spazio per realizzare la «loro» Chiesa che non è di certo quella di Cristo, il quale in questo frangente se n’è andato alle isole Cayman per avere un alibi di ferro: non essere stato presente sulla scena del crimine nella notte del pontificato del Pastore Tedesco. Lo yacht lo mise a disposizione il Celeste Formigoni, a cui lo ha prestato Daccò che paga di tasca sua, ma ad insaputa di tutti.
A costoro non riconosco alcuna autorità. Insegnano che lo Spirito Santo guida la Chiesa, e che anche il papa è eletto per ispirazione dello Spirito Santo. Se fosse vero quello che insegnano non si darebbero così da fare per manovrare a fare eleggere questo o quello o per condiizonare il conclave a «papa ancora vivo». Costoro sono miscredenti che usano Dio e lo Spirito come un elastico per adattarlo alle loro nefandezze che ha un solo Dio: il potere, cioè la frenesia di voler imporre una chiesa a loro immagine e somiglianza di uomini falliti e per questo presuntuosi: si credono Gesù Cristo, e ne sono anche convinti. Essi sono solo la banda della Magliana con cittadinanza vaticana, ma le loro colpe non verranno mai alla luce direttamente, perché il loro ambiente naturale è il buio. Quando Giuda pensava di tradire il Maestro per appena 30 denari, l’evangelista Giovanni annotava la tragedia con sole tre parole: «Ed era notte!» (Gv 13,30).
Paolo Farinella, prete
Scritto il 30/05/2012 alle 22:54 nella Paolo Farinella | Permalink | Commenti (5)
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Qualcuno si ricorda ancora della bolla speculativa sulle "dot.com", quelle mitiche società nate intorno ad Internet, e morte senza lasciar traccia di se, se non una massa di nuovi poveri coglioni, che avevano investito tutti i loro risparmi nella certezza di aver fatto 6 al superenalotto, o comunque si chiami questa roba negli altri paesi?
Le aziende "punto.com" erano TUTTE quelle che avessero qualcosa a che fare con la rete: servizi, servers, e-commerce. e-banking, un semplice sito aziendale, e-limortacci.sua... Qualsiasi cosa, purchè avesse nella ragione sociale il mitico "dot.com".
L'era felice delle "dot.com" inizia (sarà un caso, una congiunzione astrale?) nel 1994, insieme alla nascita del primo governo del cazzaro di Arcore. Il comparto delle dot.com al N.Y. Stock Exchange valeva 50 nel 1998, volava a 322 nella primavera del 2000, per piombare a 25 nel primo trimestre del 2001. I fortunati mortali che hanno avuto l'idea di investire i loro risparmi in dot.com con prezzi vicini ai massimi (succede, nel parco-buoi) sarebbero riusciti nell'exploit di perdere in due anni il 92% di quanto investito.
In quegli anni fantastici, nei quali anche il lift-boy poteva avere l'illusione, per un mese, di essere diventato milionario (salvo risvegliarsi il mese dopo con un pugno di coriandoli in mano), il successo del collocamento in borsa di qualsiasi cagata.com era garantito. Ma i veri winners erano sempre i soliti noti: i fondatori delle new entries collocate in borsa, e le banche d'affari che curavano i collocamenti (la Morgan Stanley, la Goldman Sachs, e altri of that kind).
Il rapporto contenuto/prezzo delle azioni era assolutamente fantasioso. Poteva accadere che la capitalizzazione di borsa dell'ultima dot.com creata da quattro ragazzotti nel solito garage, fosse valutata in borsa quanto un'azienda produttiva, dotata di mercato ed assets, con alcune decine di migliaia di dipendenti.
A titolo esemplificativo, cito la fantastica storia della "priceline.com". Un'azienda internet che offriva biglietti aerei a prezzo scontato, in affari da meno di un anno, e che al momento della sua quotazione in borsa (30 Marzo 1999) aveva già perso circa tre volte il suo fatturato, circa 35 milioni di dollari, ed impiegava meno di 200 persone. Il suo valore per azione crebbe del 330% nel suo primo giorno di trattazione, chiudendo a 69 dollari, per un valore complessivo come compagnia di circa 10 miliardi di dollari, più della capitalizzazione di borsa di United Airlines, Continental Airlines e Northwest Airlines messi insieme.
Qualche settimana dopo la quotazione raggiunse i 150 dollari, sicché a quel punto questa piccola azienda valeva più di tutta l’intera industria aeronautica degli Stati Uniti. Le azioni venivano scambiate a settembre 2001 a meno di 2 dollari l’una, un trentesimo del valore che avevano alla fine della prima giornata di trattazione.
In buona sostanza, i fortunati furbetti che avevano comperato in prossimità dei massimi, sono riusciti a perdere il 99% del capitale. Dite la verità... non sono dei geni della finanza? Peccato che io non abbia sottomano lo storico delle quotazioni del Nasdaq dal '94 ad oggi. Cercherò di rimediare con lo storico del Dow Jones - indice settoriale titoli Internet (le famigerate dot.com) - dal 1999 al 2002. Questi dati bastano a rinfrescare la memoria agli eterni sognatori.
Questa è la ragione per la quale ho seguito con grande interesse il collocamento, avvenuto fra squilli di tromba e ole, dei titoli facebook, avvenuto al Nasdaq il 18 Maggio. Preceduto ed accompagnato da una campagna di pubblicità redazionale mai vista prima, generata dal consorzio dei "collocatori", con in prima linea la Morgan Stanley. Prezzo di collocamento, 38 dollari ad azione. Una follia. Il giovane Zuckerberg incassa una barca di soldi, ma le cose non partono benissimo... Mentre normalmente nei giormni immediatamente successivi alle IPO le quotazioni schizzano verso l'alto, i vari "market's doers" fanno una fatica della madonna a portare il titolo a 42$, , ma passano pochissimi giorni e il titolo piomba sotto i 30$. Il 21% meno del prezzo di collocamento, ma i geniali investitori che si sono strappati di mano il titolo intorno a 42$, sono già sotto, in meno di due settimane di borsa, di quasi il 30%. Un affarone.
Cos'è successo, esattamente? Partiamo da un fatto-base: poichè i soldini incassati sia dal bimbomichia che dalle banche collocatrici sono funzione immediata e diretta del prezzo di collocamento delle azioni, entrambi hanno interesse a vendere la merda al prezzo corrente dell'oro. Informazioni gonfiate sul valore monetario di ogni aderente al social network, informazioni ottimistiche sulle "magnifiche sorti e progressive" dell'azienda, e il gioco è fatto. Il parco buoi è tale perchè non ha memoria, altrimenti ricorderebbe come è finita la bolla delle dot.com. Ma non si può pretendere che il parco-buoi sia dotato di memoria. Altrimenti che parco-buoi sarebbe?
Ma questa volta il diavolo - sotto le spoglie di Bloomberg Businesweek (seguito a ruota dai maggiori media americani) - ci mette lo zampone, e le cose cominciano a girare storte di brutto...
Breve: Zuckergerg sapeva, la Morgan Stanley sapeva, così come le altre banche del consorzio di collocamento, della sopravvalutazione del prezzo dell'IPO, ma tutti hanno taciuto. O meglio: le banche hanno taciuto col parco-buoi, ma sembra che abbiano avvertito invece, in via confidenziale e preferenziale, i "gruppi amici": investitori istituzionale come altre banche, fondi-pensione, grossi clienti...
Insomma, mentre lorsignori incassavano ed ingrassavano, i soliti imbecilli facevano la coda ai borsini delle banche per portar via la loro porzioncina di merda, faticosamente conquistata.
Voglio fornirvi un estratto della traduzione di un articolo di Ross Douthat sul NYT del 26 maggio, dal titolo "The Facebook Illusion":
The Facebook Illusion (di Ross Douthat)
Due grandi illusioni hanno dominato l'economia americana nel primo decennio del ventunesimo secolo. La prima è stata quella che i prezzi immobiliari non fossero più legati ai normali trends economici, e che invece non avrebbero potuto far altro che salire, salire sempre... La seconda illusione è stata quella che nell'era del web 2.0 non avremmo potuto che fare un sacco di soldi attraverso Internet.
La prima illusione è collassata nel 2007/2008, insieme al crollo dei prezzi immobiliari e degli indici di borsa. Ma l'illusione web 2.0 è sopravvissuta abbastanza a lungo da costare al parco-buoi una piccola fortuna la settimana scorsa, col disastro della IPO Facebook.
Confesso di aver provato un certo malvagio piacere per il duro atterraggio di Facebook, accompagnato dalla dichiarazione di Bloomberg Businessweek, che classifica l'IPO in questione come "il peggior flop degli ultimi dieci anni dopo 5 giorni di trading". A dispetto della generalizzata eccitazione del mondo di internet, il "social networking" di Mark Zuckerberg mi ha sempre colpito come uno dei più perniciosi, data la dipendenza del suo successo dagli aspetti più oscuri della rete: la zelante, continua opera di "self-fashioning" e di "self-promotion", l'inseguimento di forme virtuali di "comunità" e di "amicizia" (che poco hanno a che vedere con le relazioni reali dei cui nomi si appropria), nonché la continua opera di indebolimento della sfera privata delle persone, alla ricerca crescente di introiti pubblicitari.
Ma persino i lettori che adorano facebook, e che non potrebbero concepire una vita senza facebook, dovrebbero prendere atto del fallimento dell'IPO, e vederlo come un segnale dei limiti commerciali di internet. Come ha sottolineato John Cassidy del "New Yorker's", il problema non è quello che facebook non faccia soldi; il problema è che ne fa molto meno di quanto la gente non immagini, e che non ha immaginato come monetizzare efficacemente i suoi milioni e milioni di utenti. Il risultato è che facebook è certamente una società di successo, ma i suoi bilanci sono molto meno attraenti di quanto si potrebbe immaginare a causa della onnipresenza di facebook sulla rete [...]
E' da notare come le società più spesso citate come successi finanziari dell'era internet, Apple e Amazon, sono entrambe ben radicate nella produzione di beni non virtuali. Apple attraverso la ideazione, produzione e vendita di hardware sempre più sofisticato; Amazon specializzato nella vendita di qualdiasi prodotto "reale", dai DVDs ai pannolini, consegnati ovunque, e a prezzi più bassi.
Al contrario, compagnie dedite solo a prodotti soft, tendono a creare pochi posti di lavoro, e piccolissimi revenues per utente [...]
Un'occhiata alle statistiche del lavoro basta a far capire che a dispetto di un ventennio di entusiasmo verso le dot.com, il settore dell'informazione è rimasto molto piccolo rispetto ad altri settori. Esso attraversa attualmente uno dei più alti livelli di disoccupazione nel paese. Ed è uno dei pochi settori nei quali il tasso di disoccupazione è cresciuto rispetto all'anno scorso.
Niente di tutto ciò rende internet meno rivoluzionaria. Ma internet ha creato una rivoluzione culturale, non una rivoluzione economica. Twitter non è la Ford, e Google non è la General Electric. E il nostro destino non sarà quello di lavorare tutti per Mark Zuckerger, un giorno...
Ma voglio citare altri due articoli molto interessanti, che certificano il pericoloso flop dell'IPO Facebook
Bufera Facebook - dal Sole24Ore del 22 Maggio
I problemi incontrati da Facebook nell'Ipo vanno «esaminati». Lo afferma il presidente della Sec, Mary Schapiro, secondo quanto riporta l'agenzia Bloomberg. «Ci sono molte ragioni per avere fiducia nei mercati e nell'integrità di come operano ma ci sono problemi che vanno esaminati su Facebook». Il Nasdaq infatti ha avuto problemi tecnici nel primo giorno di scambi e ha dovuto ritardare l'avvio delle contrattazioni. A questo si aggiungono le difficoltà incontrate dall'indice nel comunicare ai trader l'esecuzione dei loro ordini.
Dopo le dichiarazioni della Sec, il titolo di Facebook perde il 6,4% a Wall Street sotto 32 dollari. La discesa continua. Secondo i dati Dealogic, si tratta dell'avvio peggiore nelle prime tre sedute di un'Ipo che ha raccolto più di un miliardo di dollari dal 2007. Ma non è finita. La Financial Industry Regulatory Authorithy (Finra) potrebbe esaminare le accuse mosse contro Morgan Stanley per l'Ipo di Facebook. Morgan Stanley è accusata di aver condiviso informazioni negative prima dell'Ipo di Facebook con gli investitori istituzionali. Alla vigilia della quotazione di venerdì scorso, proprio quando i vertici della società stavano organizzando gli ultimi dettagli per lo sbarco a Wall Street, gli analisti della banca - il maggiore sottoscrittore dell'Ipo - hanno infatti espresso dubbi sulla redditività di Facebook.
L'esperto Scott Devitt, come risulta dai documenti presentati dall'istituto, si era dichiarato perplesso sul fatturato pubblicitario legato agli utenti che accedono al sito tramite smartphone, meno redditizio rispetto al traffico tradizionale via computer. Non solo.
Anche Goldman Sachs e Jp Morgan, anch'essi sottoscrittori dell'Ipo, si sono probabilmente comportati allo stesso modo. Non è anomalo che gli analisti taglino le stime di una società alla vigilia dello sbarco in Borsa; l'aspetto singolare, nel caso di Facebook, è che l'analista in questione appartenesse proprio a una delle banche che sottoscrivevano l'offerta. Ma gli esperti sottolineano che gli analisti sono tenuti a operare indipendentemente dagli istituti per cui lavorano...
Insomma, siamo alla teorizzazione della legalità del conflitto d'interessi... Vi ricorda qualcuno, o qualcosa?
Ma ora siamo anche alla fase del pagamento dei cocci, visto che molte associazioni e privati hanno aperto pesantissime vertenze collettive nei confronti sia di Zuckerger, sia delle principali banche del consorzio di collocamento: Morgan Stanley, Goldman Sachs, JP Morgan Chase. E questi signori tanto puliti non senbra che siano, visto che la Morgan Stanley si è già dichiarata disponibile a rifondere al parco-buoi la differenza fra il prezzo di collocamento delle azioni facebook, e il "valore reale". Genuina, lampante ammissione, per acta, della truffa ai danni dei "risparmiatori" del parco-buoi. Ecco cosa scrive Maurizio Molinari da N.Y. per La Spampa:
Morgan Stanley: in arrivo i risarcimenti
Alcune società finanziarie furono avvertite sui rischi che comportava la quotazione di Facebook mentre i normali cittadini ne rimanevano all’oscuro: le nuove rivelazioni sul flop delle azioni di Mark Zuckerberg arrivano dalla California rilanciando il sospetto di una mega-truffa e la banca Morgan Stanley corre ai ripari assicurando che rimborserà chi ha pagato le azioni «più del giusto prezzo». Al centro della vicenda c’è la società «Capital Research & Management», di base a Los Angeles, che l’11 maggio scorso partecipò ad un incontro con alcune delle banche che sostenevano l’offerta pubblica di acquisto. Dalle indagini finora condotte, dalla giustizia in California e dalla Sec (la Consob d’America) a Wall Street, emerge che la sera prima dell’incontro dell’11 maggio la società fu avvertita «da una delle banche» sul rischio che l’investimento in Facebook avrebbe comportato rischi maggiori di quanto si ammetteva.
La conseguenza fu che il giorno seguente «Capital Research & Management» fece sapere a Morgan Stanley che il prezzo di offerta delle azioni di Facebook era «ridicolo». Il risultato fu che la società californiana non acquistò Facebook mentre, in quegli stessi giorni, migliaia di americani lo facevano senza troppi dubbi seguendo le indicazioni di banche e società finanziarie che promuovevano il social network come il migliore degli investimenti possibili. Tale disparità di conoscenze finanziarie per la legge americana è un reato e, secondo quanto afferma l’analista finanziario Jacob Zamansky al «Wall Street Journal», pone un problema di maggiore portata: «Gli analisti non dovrebbero dare opinioni su una Ipo se a parteciparvi è una banca per la quale lavorano».
Il corto circuito avrebbe dunque messo in luce un ennesimo tallone d’Achille del mercato finanziario, che vede società e banche rivelare informazioni di diverso tenore a clienti differenti. Morgan Stanley nega su tutta la linea affermando di «aver seguito su Facebook le stesse regole applicate ad ogni Ipo nel rispetto delle procedure vigenti», ma per scongiurare il rischio di fronteggiare cause collettive fa sapere che è disposta a compensare gli investitori che hanno pagato le azioni Facebook «più del dovuto». I portavoce del social network di Menlo Park restano invece in silenzio anche se attorno a loro tutto è in movimento. Sono soprattutto gli azionisti di Facebook, sentendosi ingannati e derubati, ad essere protagonisti di numerose azione legali: in un documento depositato ieri mattina al Tribunale Federale di Manhattan accusano le banche di «non aver reso pubbliche tutte le previsioni fatte dai loro analisti» creando così le premesse per danni economici che si misurano in centinaia di milioni di dollari perduti da migliaia di piccoli azionisti.
Nel mirino delle indagini, oltre a Morgan Stanley, vi sono le altre due maggiori banche sostenitrici dell’Ipo, Goldman Sachs e JP Morgan Chase, e oggi sarà la commissione bancaria del Senato di Washington ad occuparsi della vicenda. Ma non è tutto perché, tanto la Sec quanto il Congresso, si accingono anche a chiedere conto a Facebook del proprio comportamento perché a metà maggio avrebbe fatto conoscere ad un numero selezionato di banche stime sui profitti inferiori alle attese che invece il grande pubblico ha ignorato fino al debutto della quotazione nella giornata di venerdì. Si tratta di appurare se l’inganno ai danni dei consumatori sia da attribuire alle banche dell’Ipo, a Facebook oppure a entrambi: è proprio tale situazione di incertezza che spiega perché il titolo anche ieri è rimasto stabile attorno ai 32 dollari rispetto agli iniziali 38.
Confesso di essere felice, cattivamente felice dell'esito di questa storia. Innanzitutto perchè è una lezione agli smemorati del parco-buoi. Poi lo è per gli imbroglioni delle società oggetto dell'IPO, e per il consorzio di banche che hanno lucrato su un prezzo di collocamento truffaldino, imbrogliando solo i più deboli. Infine, perchè ridimensiona la vulgata sull'onnipotenza della rete, sulla quale molti hanno costruito - o provato a costruire - le proprie fortune, economiche o politiche. Il tempo, questo galantuomo... Tafanus
Scritto il 30/05/2012 alle 17:05 nella Criminalità, Informatica, Media , Tafanus | Permalink | Commenti (5)
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Scritto il 30/05/2012 alle 00:55 nella Off Topics | Permalink | Commenti (13)
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Niente paura. Non voglio parlare di tennis ma ricordare due bellissime storie umane, di cui ho trattato nel Maggio 2010 (l'anno in cui Francesca Schiavone ha vinto il Roland Garros, e Samantha Stosur completava vittoriosamente la sua "partita per la vita"), e nel 2011 (anno in cui una coraggiosa donna francese - di chiare origini italiane - ha scritto una bellissima pagina di coraggio, e d'amore). Per chi non ha letto o non ricorda, raccomando la lettura del post su Samantha Stosur del 2010 (linkato), e su Virginie Razzano del 2011. In calce, vi racconterò la storia della resurezzione di Virgine Razzano, che si è compiuta oggi, 29 Maggio 2012. Tafanus
L'anno scorso, alla vigilia della finale del Roland Garros fra Francesca Schiavone e Samantha Stosur, avevo dedicato alla seconda un post dal titolo [Samantha Stosur, la donna-ragno che ha sconfitto il male], per spiegare perchè avrei tifato per Francesca, ma senza gioia per una eventuale sconfitta di Samantha, splendida persona.
Oggi, ad un anno da quell'evento, devo esprimere il mio cordoglio e la mia ammirazione per un'altra persona speciale, che nell'ultimo anno era precipitata verso il basso nelle classifiche mondiali, e nessuno aveva capito realmente perchè. Lunedì, la spiegazione diventa pubblica. L'ennesima lezione di grandissimo coraggio ed umanità, dopo quelle di Lea Pericoli, di Samantha Stosur, di Martina Navratilova...
La storia: Parigi, Torneo del Grande Slam al Roland Garros. Stéphane Vidal, allenatore e fidanzato di Virginie Razzano (chiare origini italiane) muore, dopo una lunga battaglia, persa in partenza, per un tumore al cervello, una settimana prima dell'inizio del Roland Garros. Uno dei suoi ultimi desideri era stato che, a dispetto della situazione, in qualsiasi caso Virginie, 28 anni, avrebbe dovuto giocare il suo torneo. E' ciò che Virginie ha fatto e, pur perdendo rapidamente la sua partita di primo turno, ha guadagnato il premio più grande: la stima e l'ammirazione di tutti.
Virginie ha tenuto in seguito una conferenza stampa carica di tensione emotiva:
"La decisione di giocare qui è stata presa dal mio fidanzato. Ha voluto che continuassi la mia vita, che continuassi a lottare sul campo. Con la mia famiglia, gli amici, il pubblico, ho fatto del mio meglio per tenere sotto controllare le mie emozioni e giocare per lui. Mi ci è voluto un sacco di coraggio. E' stato difficile, duro, doloroso, ma l'ho fatto. L'ho fatto per Stéphane.
Lui aveva fiducia in me. Sapeva che io avevo la sua stessa forza. Per questo abbiamo lavorato bene insieme per anni, Avevamo coraggio, e abbiamo combattuto giorno dopo giorno uno accanto all'altro. Oggi, ho dovuto usare tutto il mio coraggio. Non è ho molto, sono molto fragile, mi sento sola, anche se avverto la presenza di molta gente intorno a me. Mi resta la forza di rimanere in piedi, e di muovere un passo dietro l'altro.
E' difficile, specie quando perdi qualcuno che era, e sarà per sempre l'uomo della mia vita. Conservo bellissimi ricordi dei tempi belli, e anche di quelli meno belli. Lui era l'altra metà di me. E' una storia che abbiamo costruito insieme in 11 anni, e che continuerà. Continuerò a costruirla attraverso il tennis, la mia passione, che mi da coraggio e forza mentale.
Avevo preparato con Stéphane il mio programma fino a Wimbledon. Avevo detto che avrei giocato a Birmingham, e poi sarei tornata a casa per stare con lui. Mi aveva detto: "...si vedrà...". Sentiva che le cose avrebbero potuto prendere un'altra piega. Ma mi aveva detto che dovevo giocare il Roland Garros e Wimbledon. Erano due appuntamenti importanti, per lui. Per dopo, non avevamo programmato niente. Dovrò provare a ritrovarmi. Lo stress degli ultimi tempi mi ha fatto perdere molto peso, e dovrò provare a ritrovarmi, in tutti i sensi, prima di ritornare sui campi...
A Virginie avevo mandato uno scritto, reso pubblico:
Cara Virginie,
ti ritroverai. Hai coraggio da vendere, e l'affetto di milioni di francesi, e non solo... La prima settimana di Wimbledon mia moglie ed io ci saremo, e anche se la sorte dovesse metterti in tabellone contro un'italiana, tiferemo per te. Sarà il nostro insignificante omaggio al tuo coraggio, alla tua umanità, al tuo dolore. Ti abbraccio
Tafanus
Oggi, giorno del suo primo turno al Roland Garros, forse Virginie ha finito di pagare le sue cambiali al destino, nonostante l'arbitro, la greca Eva Asderaki (una delle migliori del circuito) sembrava avesse deciso di rovinarle ad ogni modo la festa, con un'improvvisa mezz'ora di protagonismo). I fatti:
Virginie, che sembra sulla via del recupero fisico e psicologico, è precipitata fuori dalle prime cento. Quindi non è fra le teste di serie. Quindi le capita al primo turno, per sorteggio, di dover affrontare Serena Williams, testa di serie n° 5. Destino segnato.
E invece no. La Williams vince il primo set 6/4, giocando così così. Al secondo set, una rincuorata Razzano si issa fino al tie-break, ma qui sembra arrivata al capolinea. Subito sotto 1/5, a due punticipi dalla sconfitta. Ma qui, chissà... mi piace pensare che abbia parlato col suo Stépfane.. Rinasce, vince il tie-break 7/5, e a questo punto inizia il terzo set. Un'altra partita.
Virginie vola in un attimo a 5/0 e servizio. Ma qui una ragazza non più abituata alle lunghe battaglie, alla tensione, alle tre ore di gioco, cade preda dei crampi e della paura di vincere. Serena recupera fino al 3/5 e servizio. Le due giocatrici lo sanno benissimo: o Virgine riuscirà a tenere il servizio e chiudere 6/3, oppure, se Serana dovesse annullare anche l'ultimo break, la partita sarebbe persa.
Quest'ultimo game è interminabile. Dura un'eternità. E qui, dopo sei break-point per Sererna e sette match-point per Virginie, la Asderaki decide di guadganare i suoi momenti di gloria. Per ben due volte, in momenti critici, toglie il punto alla Razzano, e lo assegna alla Williams. La ragione? Durante l'esecuzione del colpo Virginie ha urlato, e ciò ha disturbato e fatto perdere il punto a Serena. Così, per due volte, dei potenziali match-pomit diventano degli effettivi break-point per Serena.
A termini di regolamento, decisione non contestabile. Stando ai fatti, dai tempi della Seles, tutte le partite dovrebbero essere chiuse per capovolgimento di tutti i punti. Il tennis è diventato la Castrocaro Terme degli urletti: da quelli strozzati della Schiavone, a quelli insostenibili per orecchio umano della Azarenka, a quelli in stile latrato della Kvitova. Niente da fare. Gli unici urletti che la Asderaki, in formato promadonna, non sopporta, sono quelli della Razzano, causati dai crampi.
Breve: la Razzano, dopo oltre tre ore di battaglia, riesce finalmente a piazzare la palla che non torna indietro. Game, set, match. Virginie è tornata, pronuncia nell'intervista poche parole, senza nessuna recriminazione verso l'arbitressa che ha celebrato la sua "Giornata di Boria". All'intervistatore che cerca di cavarle una dichiarazione strappalacrime sulla sua storia personale, si limita a dire che "la mia storia parte da lontano", ma è la MIA storia".
Anche quest'anno maggio ha regalato agli appassionati di "vario tennis ed umanità" le sue rose. Petali, e spine. Grazie ancora una volta, Virginie
Tafanus
Scritto il 29/05/2012 alle 22:37 nella Società e costume, Solidarietà, Sport, Tafanus, Tennis | Permalink | Commenti (0)
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Per consentire a tutti coloro che non riescono a comunicare via cellulare, lan o wi-fi di collegarsi ad internet, molti comuni colpiti chiedono a chi riesce a collegarsi a Internet di "aprire" pro-tempore il proprio collegamento wi-fi agli altri, togliendo la password al proprio router.
Per far ciò, si deve reinstallare il router, inserendo "nessuna protezione", o opzioni similari, alla voce "protezione". Passata l'emergenza, si potrà reinserire la propria password.
In caso di adesione a questa richiesta, si ricorda di togliere, per precauzione, l'opzione di condivisione a tutte le cartelle eventualmente condivise. Grazie.
Tafanus
Scritto il 29/05/2012 alle 14:31 nella Informatica, Solidarietà | Permalink | Commenti (13)
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Scritto il 29/05/2012 alle 08:00 nella Off Topics | Permalink | Commenti (8)
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Berlusconi in una teca, proprio davanti a Palazzo Chigi
A Roma esposta l'opera di Antonio Garullo e Mario Ottocento, che ritrae il corpo dell'ex premier disteso alla maniera di santi e papi, e in doppiopetto vestito
(di Filippo Ceccarelli - Repubblica)
ROMA - L'installazione è avvenuta nel silenzio della domenica tra decorazioni fastose e damaschi polverosi, al primo piano di Palazzo Ferrajoli, a piazza Colonna, proprio dinanzi a Palazzo Chigi. Da stamattina c'è un altro Berlusconi, a grandezza naturale e straordinariamente simile all'originale, però disteso dentro una teca di cristallo, a sua volta appoggiata su un grande parallelepipedo bianco. Il simulacro del Cavaliere, che atterrisce per il colore della pelle, i particolari del volto e i capelli rossicci e trapiantati, lievemente sorride rivolto alla sede del governo che fu sua per quasi un decennio. Nelle stanze che preparano la visione, all'ombra della gigantesca Colonna Antonina, c'è odore di chiuso, quadri antichi senza valore e una vetrinetta con cimeli (guanti, scarpette, pantolofole) di Pio IX. Dietro le finestre dell'appartamento che si affitta per feste ed eventi di vario genere, l'incessante rumore di traffico in sottofondo. La prima impressione è di disagio e fascinazione, come si può avvertire da bambini davanti ai santi dagli abiti sontuosi e dai volti di cera che si vedono sotto gli altari in tante chiese di Roma. Ma l'arte è appunto arte, e oltre a combattere l'indifferenza, non si preoccupa di essere né augurale né jettatoria, tantomeno necrofila o satirica, e in questo caso arriva nel momento in cui il berlusconismo conosce obiettivamente la sua fase terminale.
"Il sogno degli Italiani" - Questo il titolo dell'opera" - che tra l'altro è uno dei modi con cui anche al telefono l'ex presidente del Consiglio si presentava alle sue amiche: "Io sono il sogno degli italiani". Sottotitolo: "Per una immagine definitiva dell'era Berlusconi". Gli artisti che l'hanno realizzata in gomma siliconica, capelli organici, stoffa, legno, vetro, carta e metalli sono Antonio Garullo e Mario Ottocento, la prima coppia gay unita in matrimonio, a L'Aja, nel 2002, e la cui lunga battaglia giudiziaria per il riconoscimento delle loro nozze ha determinato nel marzo scorso la sentenza con cui la corte di Cassazione ha riconosciuto importanti diritti alle coppie gay.
Su Berlusconi hanno incominciato a lavorare tra il 2010 e il 2011 nel loro laboratorio di Latina. La ricerca artistica di Garullo e Ottocento muove dal corpo del leader come icona del potere, che nel tempo delle rappresentazioni a distanza compendia valori estetici e morali. Non ultimo, tra questi, il ricorso al trapianto e alla manipolazione chirurgica plastificante che oggi ritornano nella dimensione scultorea e figurativa.
Non è ovviamente la prima volta che il Cavaliere si fa soggetto e oggetto di elaborazione artistica, più o meno provocatoria, più o meno performativa. A parte la statua di lui con il corpo di Superman, di cui ha parlato Ruby dopo i soggiorni ad Arcore, vale qui sommariamente ricordare la saponetta "Mani Pulite" che l'artista italo-svizzero Gianni Motti sostiene di aver ricavato dal grasso residuo di un'operazione di liposuzione sullo stesso Berlusconi; e poi la serie di teste tridimensionali in vetroresina di Stefano Pierotti; così come, per quanto riguarda la street art, si può forse segnalare l'"Artentato", e cioè il manichino con le fattezze dell'ex premier e una taglierina fatto ritrovare pochi giorni prima delle dimissioni in Galleria a Milano insieme al biglietto "Stai dissanguando l'Italia".
Molto più laboriosa e anche ambiziosa nella sua simbologia vuole essere tuttavia l'installazione esposta a Palazzo Ferrajoli. Sognante o defunto che sia, il Cavaliere è vestito con la sua solita uniforme, un doppiopetto blu che i due artisti hanno acquistato in svendita presso l'outlet di Castel Romano. Nel taschino della giacca, l'insegna di Cavaliere del lavoro. Ma la inconfondibile cravatta blu a pallini è allentata. La mano destra è poggiata su una copia de "Una storia italiana", l'opuscolo mitologico e ufficiale fatto arrivare per posta a milioni di italiani prima della vittoria del 2001. Mentre a significare l'ossessione sfrenata per il sesso, la mano sinistra appare mollemente infilata nella patta dei pantaloni. Ai piedi, infine, Berlusconi indossa delle curiose pantofole con la faccia di Topolino, concessione all'aspetto ludico, allegro, imprevedibile e giullaresco di un personaggio che tanta parte ha avuto non solo nell'immaginario, ma anche nella realtà italiana.
Scritto il 28/05/2012 alle 23:04 nella Berlusconi | Permalink | Commenti (6)
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Cito Wikipedia: “Quale professore a contratto nella facoltà di Giurisprudenza dell'Università degli studi di Roma Tor Vergata ha insegnato Diritto Privato. Attualmente è professore a contratto di Diritto dei Consumatori all'Università LUISS Guido Carli". In ultimo, sottosegretario del governo Monti, il famoso esecutivo “dei tecnici”.
La domanda sorge oggi spontanea: questi “tecnici” da chi e come sono stati assoldati, visto che di sottosegretari che si comportano come terze colonne in questo governo ce ne sono in abbondanza?
La storia è sempre la stessa: Clini che dichiara che il nucleare è un argomento di cui si può discutere, Fornero che si accanisce su un dettaglio come l’articolo 18, i “bamboccioni sfigati” del sottosegretario Martone figlio del boiardo di stato Martone, il sottosegretario Malinconico che si fa pagare le vacanze dalla famigerata “cricca”, sempre la Fornero che si dimentica degli esodati, il ministro degli interni Cancellieri che fa malmenare i giornalisti, ed infine lo spread a 430 che farebbe ipotizzare una gestione della spesa pubblica perlomeno poco efficace: e chi più ne ha ne metta…
In una nazione civile una sequela di fatti simile avrebbe portato ad esprimere forti giudizi negativi sull’operato del governo, che in effetti ha un personaggio senza dubbio di buon peso internazionale ma apparentemente poco in grado di scegliersi dei collaboratori validi, che sono stati pescati all’interno del marasma dei funzionari o boiardi pubblici che (sinceramente) in generale vede oggettivamente poche eccellenze e molte mediocrità.
Certo la scelta di Catricalà [di presentare un DDL di riforma del CSM, che peraltro rimetterebbe i provvedimenti disciplinari sui magistrati nelle mani di una maggioranza di giudigi non togati - NdR] appare davvero fuori dagli schemi: benché la smentita della Presidenza del Consiglio sia stata netta, il testo del decreto legge, anticipato da Repubblica, esiste ed è stato posto all'attenzione del governo dallo stesso sottosegretario. Monti "aveva già da tempo ritenuto tale iniziativa inopportuna, non percorribile e politicamente sconsigliabile", mentre la Severino l'aveva considerata "impossibile", una simile riforma deve transitare attraverso una legge ordinaria e non costituzionale".
Cui prodest? La gravità della proposta è davanti agli occhi di tutti: il sottosegretario Catricalà ha trasmesso quel testo agli organi istituzionali preposti alla formulazione di un parere giuridico, ed ha firmato la lettera di accompagnamento, inviata il 2 maggio alla Corte dei Conti, e il 14 maggio al Consiglio di Stato. Ovviamente Catricalà avrà ottimi motivi per decidere, all’interno di un governo dove è sottosegretario, di procedere in maniera chiaramente irrituale e senza farsi autorizzare dal ministro da cui dipende: un ministro che aveva già chiaramente espresso parere negativo sul disegno di legge, e che si trovava in perfetto accordo con il presidente del consiglio che ha etichettato questo disegno in maniera estremamente negativa.
Appare chiaro a tutti che un sottosegretario non può assumersi una responsabilità così grande, senza informare i suoi "superiori", su un tema nevralgico per la vita democratica, come la giustizia e i rapporti tra politica e magistratura, e non può prendere decisioni sottobanco, meno che mai se contrarie alla volontà del suo Presidente del Consiglio.
Delle due l’una: o Catricalà (noto per aver occupato, peraltro senza alcun risultato tangibile, la poltrona di garante per la privacy, utilizzata come arma contundente dalla destra per anni) ha deciso di testa sua - e quindi le sue azioni sono irrituali e gravemente scorrette - oppure dietro la spinta di qualcuno a cui non può dire di no.
In entrambi i casi la ferma risposta del presidente del consiglio è scarsamente efficace: personalmente riterrei che di un sottosegretario simile sarebbe utile fare a meno.
Immediatamente.
E, professor Monti, se permette un ultimo suggerimento: la prossima volta, dovesse capitare, decida di mettere all’interno del suo governo personalità al di sopra di ogni sospetto. Magari decida di non servirsi di chi dello Stato si è abbondantemente servito, spesso in maniera perlomeno sospetta. Farebbe un grande favore all’autorevolezza derll'Italia, del suo governo e dell’intera Europa. E siccome il Suo governo ci rappresenta, gentilmente, lo faccia anche per noi Italiani, che siamo i suoi sponsor: in senso economico, naturalmente.”
Axel
Scritto il 28/05/2012 alle 19:02 nella Axel, Politica | Permalink | Commenti (25)
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